Monaca di Monza, la vera storia di Marianna de Leyva

Marianna de Leyva, questo il vero nome di Suor Virginia Maria, meglio conosciuta come Monaca di Monza.
Primogenita di un nobile spagnolo, nacque nel 1575 e divenne monaca all’età di sedici anni, dopo essere entrata come novizia nell’Ordine di San Benedetto.
La sua figura la possiamo ritrovare in numerosi film, serie tv e libri, tra i quali troviamo I promessi sposi di Alessandro Manzoni, il quale prese ispirazione dalla sua storia. Ma come mai è così famosa?
Come scritto poco più sopra, Marianna de Leyla divenne monaca a sedici anni, dopo che il padre la costrinse tre anni prima ad entrare come novizia nell’Ordine di San Benedetto a seguito di una serie di controversie legali e malversazioni finalizzate a privarla dell’eredità materna, madre che morì un anno dopo la sua nascita, lasciando eredi universali in parti uguali i figli avuti dai due matrimoni.
Nella comunità, la Monaca di Monza aveva una posizione privilegiata in quanto viveva in un piccolo appartamento separato dalle altre fedeli, era assistita da quattro suore ausiliare e dame di compagnia, e aveva una conversa per le mansioni di servizio. Il suo comportamento era altezzoso e arrogante, e perseguitò la priora Francesca Imbresaga, destituendola dall’incarico; questo atteggiamento è stato in gran parte dato dalla sua relazione con il nobile monzese Gian Paolo Osio, relazione che fece un grandissimo scandalo.
Osio riuscì ad attirare l’attenzione di Marianna de Leyla dopo che quest’ultima perseguitò e cacciò dal monastero la priora, che aveva adocchiato mentre osservava le educande che passeggiavano e giocavano nel cortile del monastero.
In un giorno di primavera del 1598, i due iniziarono a scambiarsi lettere, scambio che durò alcuni mesi finché i due s’incontrarono fuori dal parlatorio dove, a detta della Monaca, Osio la violentò. Nella tresca furono coinvolte anche due suore: Ottavia Rissi e Benedetta Homati, confidenti di Marianna e forse anche amanti occasionali di Gian Paolo, operarono nell’ombra affinché la relazione andasse avanti.
Osio, innamoratissimo, rese le sue visite alla Monaca di Monza sempre più frequenti, addirittura commissionando al fabbro Cesare Ferrari dozzine di duplicati delle chiavi del monastero.
A dir la verità, la relazione tra i due era di dominio pubblico, ma entrambi facevano parte di due famiglie molto potenti, far girare pettegolezzi equivaleva mettersi contro l’intera nobiltà lombarda.
E tra appuntamenti, lettere, regali, il monastero era diventato teatro di una sorta di matrimonio sotto copertura dal quale nacque, nel 1602, un figlio, bambino che nacque morto e che Osio fece scomparire.
Fu un evento che fece scatenare nella monaca una vera e propria crisi di coscienza, dividendola tra il desiderio carnale e la castità imposta, cercando di troncare quel desiderio considerato indecente e affidandosi anche a pratiche disgustose come la coprofagia.
Ma la relazione tra i due continuò, e l’8 agosto 1604 Marianna diede alla luce una bambina chiamata Alma Francesca Margherita, che Ostio portò a battezzare a Milano e tenendosela con sé, portandola spesso al monastero, nonostante si pensasse fosse scapolo.
La situazione iniziò a precipitare nel 1606, quando la giovane conversa Caterina Cassini da Meda, che divenne monaca solo per motivi economici, scoprì la storia e minacciò di rendere la relazione pubblica. Diventata una persona scomoda per la coppia, una sera Gian Paolo orsi la uccise e, facendosi aiutare dalla moglie, Suor Benedetta e da suor Ottavia, nascose il corpo nel pollaio del monastero.
Non tranquillo, uccise anche il fabbro da cui si fece fare i duplicati le chiavi del monastero, in quanto poteva rompere il silenzio da un momento all’altro.
Ma Osio fu imprudente, pagandone con la vita, perché le misteriose morti attirarono l’attenzione delle autorità e venne arrestato e poi rinchiuso nel castello di Pavia. Nel giro di poco evase, trovando asilo presso amici e parenti e, infine, rifugiandosi nel monastero dell’amante.
Mentre il processo laico lo vide condannato a morte in contumacia e ricercato, l’eco degli eventi arrivò all’arcivescovo Borromeo che, il 25 novembre 1607, fece trasferire Marianna nella Chiesa milanese di Sant’Ulderico al Bocchetto per essere giudicata secondo le norme ecclesiastiche.
Intanto Gian Paolo Osi decise di andare ad uccidere anche Ottavia Ricci e Benedetta Homati, ultime testimoni della relazione, e affogò l’una nel Lambro e gettò l’altra in un pozzo poco distante: la prima si salvò, l’altra sopravvisse per pochi giorni, sufficienti per denunciare tutto alle autorità.
La storia di Osi si concluse in un imprecisato giorno del 1608 a Milano: dopo che si rifugiò nella dimora dell’amico Cesare II Taverna, conte Landriano, fu poi tradito e fatto uccidere nei sotterranei.
Il processo della Monaca di Monza fu ampiamente documentato e l’arcivescovo Borromeo assistette alle numerose deposizioni dove l’imputata ammise le sue colpe, anche se sottolineò che spiritualmente la sua relazione era composta da repulsione ed attrazione. Descrisse gli eventi che l’avevano indotta al peccato e i vani tentativi di sottrarsi alla malsana passione.
Il 17 ottobre 1608 si concluse il processo a suo carico, con la condanna alla reclusione a vita in una cella murata. Quindi, per ordine del cardinale Borromeo fu trasferita nella casa delle Convertite di Santa Valeria a Milano, che non era un monastero ma un ritiro piuttosto inospitale dove vi erano prostitute in cerca di redenzione.
Nel 1622, dopo aver passato 14 anni in una cella minuscola con dei fori abbastanza grandi per il passaggio di viveri, la Monaca di Monza venne scarcerata per ordine dell’arcivescovo Borromeo, che decise che la monaca sarebbe divenuta simbolo di ravvedimento dal peccato, affidandole il compito di scrivere lettere di conforto a suore o novizie incerte sulla loro vocazione.
Irene Ippolito
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